serve un tavolo con tante sedie

Una lettera al direttore del Giornale di Brescia pubblicata nel 2015 (Sabato 24 ottobre 2015 p. 71) parlava, allora, di una proposta di legge per impedire ai bambini non vaccinati di andare a scuola: poi sarebbe diventata la Legge 119 del 2017 che realizzò in pieno quell’intento e quel disegno. Sembrava, e sembra tuttora, una misura da regime autoritario. Perché invece, fu scritto, non si chiama a un tavolo di discussione il movimento anti vaccinale (lo si chiamò così per brevità; poi sarebbe stato etichettato in forma spregiativa no vax), per valutare le diverse posizioni e poi su questa valutazione scegliere, decidere e indirizzare? Un po’ come era stato fatto con la vicenda stamina dove una persona che riuniva in sé competenze scientifiche e responsabilità istituzionali (Elena Cattaneo) smosse le acque e indirizzò chi di dovere verso una possibile soluzione del caso. Anche se il movimento anti vaccinale è ben lontano da un manipolo di uomini che sulla scia dei Di Bella, dei Bonifacio e di un purtroppo vasto ensamble di scienziati anche di fama, ha distribuito illusioni a caro prezzo. E ben lontano rimane anche da tesi che vedono ovunque un complotto. Si trattava di medici ben documentati. Vediamoli, si auspicò. Chiamiamoli a un confronto su una materia, quella della vaccinologia, complessa e da sbrogliare anche da un osservatorio storico, come ad esempio la storia del passaggio dal vaccino Sabin al Salk. Una storia istruttiva se si vuole capire cos’è la virologia, soprattutto per i profani, ed evitare di dare in pasto ai cittadini, ai genitori, incertezze prive del substrato scientifico e di una narrazione al contorno che potrebbero invece rassicurare. Certo, vaccinare o non vaccinare restava, anche per la confusa questione fra profilassi e prevenzione, una scelta difficile.

Allo stato delle conoscenze di ieri e di oggi, questa del conoscere era ed è comunque la prima misura di prevenzione. La conoscenza, a diversi livelli in funzione dei ruoli sociali, non può escludere, nella vaccinologia in particolare, una soglia minima che tutti dovrebbero raggiungere; una specie di effetto conoscenza (knowledge immunity) che permetta di accettare qualche punto percentuale di totale ignoranza. Non vi possono essere in questa materia deleghe per manifesta incompetenza.

L’esplorazione degli argomenti e dei metodi di produzione dei vaccini e la loro evoluzione storica passata da approcci strettamente biologici ad approcci di bioinformatica, delle elaborazioni statistiche e dei modelli matematici datati utilizzati, della condivisione dei risultati sperimentali, dei limiti della ricerca in un campo con potenzialità pressoché infinite di variabili e mutazioni e molti altri, sarebbero la prima misura per tracciare quella soglia minima condivisa di conoscenza. Questo perché, diversamente da altre situazioni che implicano studio, ricerca, sperimentazione, nella vaccinologia, ad oggi, l’esito è immediato e applicativo: si salta dalla mancata prevenzione alla profilassi, si vaccina in massa e poi si vedrà. Questo è lo stato della pratica vaccinale che trova riscontro nella legge 119, priva delle indicazioni alla prevenzione e ricca di sanzioni e minacce in caso di mancata profilassi. D’altronde perché solo in materia di vaccini si scatenano guerre tra favorevoli e contrari come nelle più facinorose battaglie calcistiche, cosa assolutamente assente in altre branche mediche?

A distanza di qualche anno le cose sono peggiorate rispetto a come organizzare l’intervento in materia di vaccinazione. E il nostro Paese ancora una volta tende a rimuovere le dicotomie che sono tipiche della materia in oggetto, suscitando diatribe: che la scienza sia o meno democratica; scienza e tecnocrazia contrapposte; obbligatorietà versus facoltativo o raccomandato; superfluo contro necessario. Finché tali questioni non verranno una volta e per tutte affrontate e risolte, resterà l’incertezza del cosa fare, che va molto al di là della normale incertezza nelle vicissitudini di noi comuni mortali. Le più recenti posizioni del mondo della politica, gli uni contro gli altri, e gli interventi sporadici, occasionali e unilaterali del mondo della scienza che si esprime usando canali impropri come giornali e televisione (quando va bene, per tutto il resto c’è Facebook) per suggerire comportamenti di grande e difficile comprensione, che richiederebbero sedi più opportune di discussione, non depongono a favore di una soluzione del problema. La scarsa coscienza del ruolo può creare incomprensioni: alla signora Elena Cattaneo si richiedeva in quella lettera al direttore e si richiede ancora adesso, fiduciosamente, un ruolo che metta in gioco la politica, visto il suo status di senatrice e anche il suo status di ricercatrice, una rara combinazione virtuosa di persona che assomma politica e scienza. Quindi che faccia in modo di organizzare o anche proporre soltanto, nel tempo che si dimostra necessario, (non certo breve visto quel che si è detto, e anche perché non vi erano e non vi sono urgenze ineluttabili) quell’ampio dibattito attorno al tavolo in cui si faccia posto anche a chi dissente, avendolo aggiunto quel posto e non cancellato con radiazioni affette di autoritarismo. Non sono i genitori deputati alla formazione in materia di vaccinologia ma medici e politici. E tale formazione non può ridursi a dichiarazioni che da una parte fan leva sull’incompetenza raggiunta (non sono io competente dice il politico in una materia che è dello scienziato pur essendo io il decisore) e dall’altra di una comunità scientifica che esclude colleghi che potrebbero far sentire l’autorevolezza della propria voce. La richiesta adesso è questa: ci si prenda tutto il tempo necessario e si aggiunga un posto a tavola, per ognuno che ne abbia la competenza sufficiente anche se dissenziente, perché, questa storia dei vaccini in Italia, trovi una voce univoca autorevole che non si disperda in mille rivoli, in una confusione istituzionale, in una deresponsabilizzazione sistematica, con giochi di ruolo impropri e che suscitano sgomento.

Può essere difficile farlo ma l’efficacia e la sicurezza profilattica vaccinale richiede, per l’impatto e la vastità dell’onda, un argine compatto, senza tralasciare alcuna voce critica e legittimamente dubbiosa, basata su dati probatori condivisi nella pratica e nella teoria. L’estemporaneità del breve periodo della politica e dell’informazione unilaterale che usa clinici di turno per parlare con voci isolate e sparse delle proprie esperienze personalissime non ha nulla di metodo scientifico. Quel metodo che molti politici richiamano e che consiste certo nel riconoscere negli strati della società civile, nel profondo della loro esistenza e unicità, il contributo che può venire da ogni singola voce ma solo quando questa diventa parte integrante di una pluralità di voci, anche dissonanti. E non riducendole a una mano di smalto sulla superficie di una presunta uniformità inesistente, considerato che, fra tutti i limiti che la pratica vaccinale presenta, quello forse decisivo, per stabilire la contraddittorietà dell’operare interventi massivi e standardizzati, è il seguente: non esiste una uniformità di pazienti, ma l’esatto opposto e cioè l’intrinseca singolarità di ognuno (oltre la variabilità di età, di sesso, di condizioni di salute, di titolo di studio, di reddito, di residenza) che la medicina già riconosce e su questa base propugna, quella che si chiama medicina molecolare, questa sì personalissima e idonea a realizzare il benessere individuale, familiare, sociale.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...