Stili di Vita

È la cultura del vaccino che è sbagliata, non il vaccino in sé. È tutto quello che gli sta attorno che non è chiarito. È il suo ridimensionamento che occorre propugnare, riducendolo a fattore concorrenziale insieme ad altri fattori (igiene, alimentazione ecc.) che nel loro corretto dosaggio definiscono operativamente uno stile di vita. I vaccini (12,15,100…) sono una reazione sconsiderata a cambiamenti non percepiti, per incultura o altri motivi.

Ricordo, nelle vicende che hanno segnato la Questione Vaccinale, un accorato richiamo del papà di Alice e Bob (conosci Alice e Bob sul nostro libro Fuori dal Gregge, edizione Cleup, 2018, Indice e Prefazione al link www.vogliamopossiamo.org) rivolto al Presidente della Repubblica, che vantava giustamente uno stile di vita conquistato con tenacia, di una casa onestamente comprata non così a poco prezzo, di un piccolo orto curato con i piccoli figli, di un’educazione a non buttare il cibo, delle letture serali per passare notti serene. In questo percorso, costruito gradualmente, quotidianamente, all’improvviso ecco piombare sulla famiglia la legge 119 del 2017 che manda all’aria un progetto per inserirsi nel migliore dei modi possibili in un mondo in grande e repentina trasformazione. Si spiega ai membri della famigliola come tutelare la salute, alla ricerca di una alimentazione corretta, nutrendo il corpo e l’anima. Arriva però quest’ oggetto inatteso, una legge di difficile comprensione, senza alcuna avvisaglia del suo apparire; senza la premessa di Cos’è e a cosa serve, della Composizione farmacologica degli ingredienti, della anacronistica obbligatorietà. Quell’accorato richiamo cercava di colmare un solco nel pensiero. Indicava la via prudente e culturalmente aperta a una condivisione di intenti fra istituzioni e corpo elettorale, in un campo delicato qual è quello della tutela della salute.

Ci si potrebbe chiedere se sia lecito richiamare un singolare episodio, strettamente personale, legato a una specifica famiglia e a un determinato luogo per parlare di vaccini che hanno una rilevanza generale. Si potrebbe anche pensare che vi sia un messaggio subliminale che si vorrebbe imporre: ti insegno io come fare. Che valore ha una voce singola nel rumore di un intero paese che agita in modo scomposto il vessillo di pandemie inesistenti, scavalcando totalmente quel fondamentale rapporto fra medico di fiducia e paziente, che dovrebbe stare alla base per affrontare qualsiasi problema di salute o in via preventiva o in via terapeutica?

Un orientamento per cercare una possibile risposta potrebbe venire da una recente trasmissione radiofonica andata in onda su Rai Radio3 (riascolta la trasmissione al seguente link) in cui è stato ben posto un problema scientifico di grande attualità. In questa puntata della nota rubrica scientifica non si è parlato di vaccini. Tuttavia le argomentazioni sono pertinenti per la vaccinologia in generale e come modo di affrontare le varie tematiche inerenti alle malattie infettive e alla loro possibile prevenzione attraverso i vaccini. Il punto di partenza è aver chiara la distinzione fra prevenzione e profilassi, una questione ampiamente dibattuta ma poco conosciuta. Nel vasto campo della prevenzione rientrano molte possibili iniziative individuali e collettive, comportamentali e istituzionali. I temi affrontati nella trasmissione sono stati quelli del cambiamento climatico e della complessità. Proprio il cambiamento climatico o meglio il cambiamento globale può essere la componente principale del sorgere di malattie infettive in un processo molto complicato. La complessità in particolare sta diventando una parola di moda ma pressoché sconosciuta anche fra gli esperti. Questo può far capire su quale terreno si svolgono oggi fenomeni che hanno in comune proprio cambiamenti profondi e radicali, avvolti dalla complessità e non riducibili a modelli interpretativi superati. Nell’analisi delle interdipendenze dei fenomeni (un tratto che caratterizza le ricerche complesse) si aggiungono progressivamente ai fenomeni che si stanno diffondendo due ulteriori stati aggravanti che assumono la risposta della rimozione e della paura. La rimozione è quella della consapevolezza e delle nostre responsabilità. La forma storica della rimozione è non aver affrontato per tempo quel che accadeva nei paesi colonizzati, l’aver rimosso cioè il problema dello sfruttamento che ora presenta il conto: il fenomeno migratorio incontrollato. La stessa cosa avviene per non aver preso atto che la nostra atmosfera ha solo una profondità di 8 chilometri e non vi si può scaricare tutto il rifiuto di una civiltà consumistica. Anche qui ora presentano il conto l’aria e l’acqua come spettri deteriorati di un antico respiro del fresco che ci lascia il colore del cielo.

Tutti argomenti attuali di grande impatto considerando che una delle cause di tali migrazioni è anche il cambiamento climatico oltre alle reiterate colonizzazioni. Paura, rimozione, mutamenti epocali che solo con una cultura della complessità possono essere capiti e agiti. Quando si affronta l’accadere di eventi reali con gli strumenti della complessità tuttavia si scopre che gli strumenti a sostegno non sono né ben definiti (non esiste allo stato attuale delle conoscenze una rigorosa matematica della complessità) ma ancora più grave non condivisi e non conosciuti ai livelli istituzionali. Sembra che anche qui sia dominante l’atteggiamento della rimozione: siccome non v’è certezza di strumenti e modelli allora applichiamo quelli già conosciuti, anche se ci si rende conto della loro precarietà e inutilità. Il cambiamento climatico, non suscettibile di forme di negazionismo e delle responsabilità antropiche nell’accentuarne gli effetti catastrofici, non richiede un atteggiamento solamente scientifico per poterlo affrontare. Va riconosciuto nella sua dimensione culturale per diventare non più solo climatico, ma cambiamento globale. Sarà perciò l’antropologia culturale la sede disciplinare in cui collocare tale fenomeno e gli scienziati divengono in questo contesto solo i portavoce di quel che si va profilando. Questo è un modo per non cadere nella trappola illusoria della risolubilità tecnocratica ai problemi. L’immanenza e la distribuzione degli effetti destabilizzanti si manifestano ovunque ma in particolare in Italia. La desertificazione della Sicilia non è cosa da poco. Alle previsioni climatologiche avverse s’aggiungono le migrazioni come effetto congiunto di cambiamento climatico ed espropriazioni di risorse fisiche in Africa: il risultato è la rimozione delle risorse umane superflue che noi vediamo sui barconi del Mediterraneo.

Le lacune strumentali nell’ambito degli studi sulla complessità potrebbero ridursi se la totalità non riducibile alle sue parti si arricchisse degli apporti esplicativi della narrazione sociologica e antropologica. Varrebbe qui la legge della prossimità sociologica che ci dice come si è destinati a vivere il proprio luogo a una scala umana scevra delle fantasticherie della non località quantistica. Lo sradicamento è forse il male peggiore che può capitare non solo a una pianta. Solo con questi incipit, certo arricchiti di quelle metriche di cui parla Feynman (i famosi sette anni di calcolo se si vuol capire la meccanica quantistica), si può aver la speranza di capire come gli eventi affrontati nella sede scientifica in senso stretto non siano sufficienti a dare risposta soddisfacente in termini di una esplicita descrizione. In tale narrazione vi potrà essere posto per il racconto delle singole situazioni vissute in prima persona. Per esempio, lo stato di avanzamento degli effetti del cambiamento climatico, potrebbero ben essere descritti dal contributo delle popolazioni a cui va riconosciuta la capacità di osservazione delle variazioni micro ambientali nella quotidianità. E perché una cosa simile non potrebbe essere fatta dai genitori in collaborazione col medico di famiglia per l’osservazione continua degli stati di salute dei figli?

Questo richiede formazione continua e un approccio transdisciplinare fin dai primi gradi dell’istruzione con un cambiamento radicale del fare scuola. A fronte di mutamenti epocali anche l’uomo deve cambiare il suo stile di vita. L’esortazione guidata a osservare i piccoli cambiamenti e a fidarsi di se stessi nel farlo, mette in evidenza come il nostro cervello sia preordinato alla sopravvivenza e sappia perciò essere la sede di processi che si attualizzano nella necessità di affrontare situazioni complesse. Il nostro cervello, preordinato alla complessità, va solo educato ad affrontarla.

L’argomento dello Stile di vita ci aiuta a costruire un mondo positivo, propositivo, graduale, un percorso anti diffamatorio di quel che si è voluto etichettare come movimento no-vax. Partendo dal punto più basso di questa vicenda e mettendo di aver avuto un ruolo effettivo di contrarietà alla pratica vaccinale, definendoci quindi noi stessi brutalmente dei no-vax, ci chiediamo se c’è ancora un margine alla discussione per confrontarci non solo con argomentazioni demolitive nei confronti dei vaccini, ma proprio affrontando la tematica dal versante preventivo, assumendo quindi lo Stile di vita come comportamento individuale e collettivo che dia senso ad azioni di prevenzione. Prevenzione nei confronti della malattia e non mera profilassi vaccinica. Questo permetterebbe di superare la dilagante paura della malattia; una paura che s’aggiunge alla malattia. La malattia non ha bisogno della paura, che andrebbe ad aggiungersi aggravando i disturbi, i sintomi, le affezioni. Essa dovrebbe avere come antagoniste azioni determinate, mirate, molecolari, potenti, sicure, tutto quel che un vaccino non può dare se non nel momento e nel luogo in cui ve n’è reale bisogno. Una storia completamente diversa ad esempio del vaccino contro la poliomelite che ha riscosso nelle varie forme di somministrazione enormi successi duraturi ma che oggi non è più necessario. C’era allora un’emergenza e fu affrontata brillantemente con cognizione di scienza. Quel che è necessario e quel che è superfluo bisognerà prima o poi deciderlo nelle sedi opportune. L’illusione di poter affrontare zoonosi, virosi, parassitosi, batteriosi con farmaci di reiterato impiego su popolazioni erratiche e in crescita esponenziale, con distribuzione ubiquitaria, affette da comportamenti non consapevoli e orientati a rimuovere invece che affrontarli i problemi, potrebbe sembrare, soprattutto nel momento in cui solo una parte della popolazione viene investita (bambini e adolescenti), un intervento parziale, contradditorio, inefficace e insicuro. La necessità della somministrazione di un vaccino dovrà misurarsi non in termini ideologici di un tempo indefinito di assenza di malattia, ma nel periodo breve di cambiamenti epocali, l’ossimoro del nostro vivere quotidiano, di tutti noi.

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