i tempi che viviamo

Ci sarà sicuramente qualcuno che ne ha già parlato dei tempi che viviamo. Tra mancanza di rigore e società liquide, siamo immersi in una realtà che non riusciamo a raccontarci. Non ci sono modelli matematici che ci soccorrono. Non è possibile misurare la saggezza con modelli sbagliati. /ponēròis kanòsin anametroùmenos tò sôphron/ Misurando la saggezza con modelli sbagliati[1]. Non solo le minacce di un incombente cambiamento climatico ormai tranquillamente ignorato e rimosso dalle agende politiche, e i cui effetti potrebbero essere devastanti; non solo l’affermarsi ogni giorno più intenso dell’assenza di lavoro la cui ricerca deludente travolge le coscienze mentre ancora si muore per quello che è rimasto sui cantieri e nelle officine; non solo contaminazioni dei luoghi e dei corpi con l’uso di una tecnologia obsoleta che perdura maligna (Path dependance dicono gli inglesi) nonostante esistano alternative percorribili che però non sono convenienti agli investitori e che ogni giorno confermano quanto contribuiscano all’origine delle malattie, il loro insorgere non tanto misterioso; non solo la cecità dell’aver assunto modelli di vita instillati in modo pervasivo, costantemente, in tempo reale da un consumismo sfrenato e globale (è l’American Way of Life di cui si parlava nel lontano Sessantotto e che ancora è qui fra noi); non solo fatti normativi (quei cambiamenti rari ma che stanno diventando sempre più frequenti, i cambiamenti delle norme costituzionali fuori dal processo normale legislativo) scambiati per decisioni inevitabili e giuridicamente fondate, che fanno venir a galla i fallimenti di un intero ceto politico: non solo queste cose.

Abbiamo ancora una Roncobilaccio da visitare (frazione a sviluppo agricolo del comune di Castiglione dei Pepoli, in provincia di Bologna). Deviare dalla strada maestra (non prendere la veloce deviazione), dal decumano dei rapporti sociali di produzione capitalistica nei suoi travestimenti fantasmagorici. Prendere la vecchia autostrada del Sole, rallentare e godere del parlarci dei nostri progetti, per la nostra famiglia, per fermarsi a mangiare un boccone a base di porcini dell’Appennino.

Noi viviamo il tempo dei nostri costumi, li riflettiamo. Ma ognuno di noi, ogni singolo atomo del nostro essere, va in modo erratico per il suo moto browniano. Rendersi conto del ‘lavoro sporco degli elettroni’ che governano una società in perenne caotico digitare vuol dire capire il lungo periodo[2] e non solo il perioduccio. L’Eone[3] direbbero i geologi. Allargare la dimensione del tempo così tanto forse è esagerato. Ma è una cosa da tener presente perché siamo alle soglie di un cambiamento fondamentale, che non è solo il ritorno dei dazi, la corruzione dilagante, la disoccupazione strutturale (quella di cui parlava Wassily Leontief, premio Nobel per l’Economia nel 1973 e che vuol dire macchine che sostituiscono donne e uomini nel processo di lavoro, confermandosi così le predizioni marxiane del modo di produzione capitalistico che determina l’intero corpo delle relazioni sociali finché dura la struttura del capitale, e che oggi assume le forme più evolute delle applicazioni scientifiche sostenute dalla rivoluzione informatica e dalla globalizzazione che non è quella che c’è sempre stata della scienza nel suo stato di libertà e insegnamento), le guerre per l’acqua, ma soprattutto un furto subdolo che toglie il respiro: il furto del futuro dei nostri figli.

La scienza e il rigore scientifico potrebbero renderci liberi se anche questi non venissero rubati dallo scientismo. Potrebbero renderci liberi se anche la scienza allargasse la sua prospettiva a una vastità culturale in cui possano fluire letteratura e poesia, filosofia e storia del pensiero scientifico e della tecnologia, nel grande fiume dei saperi, inclusa la magia come dice Feyerabend[4]. Il tutto confluito dentro una scuola che sappia assumere questa missione di inclusione e allargamento.

“È bizzarro che questi elettroni silenziosi e invisibili rinchiusi in un tubo a vuoto fossero la chiave per l’enorme ricchezza di immagini trasmesse con tutti i loro suoni e la loro spettacolarità”[5]; “La poesia dice di più con meno parole. Anche la matematica”[6].

[1] Cesaretti e Minguzzi (2017), il Dizionarietto di greco, Brescia, ELS La scuola, p. 50

[2] quello che Keynes diceva, nel quale saremo tutti morti. John Maynard Keynes, nel lungo periodo siamo tutti morti, le frasi celebri dell’economia, Pearson, https://it.pearson.com

[3] L’Eone è un tempo trascorso durante la formazione delle rocce ed è la più estesa unità cronologica in cui è divisa l’età della Terra; il limite tra un eone e il successivo viene posto in corrispondenza di un cambiamento fondamentale nella storia degli organismi viventi.

[4] Paul Karl Feyerabend filosofo e sociologo austriaco

[5] Helen Czerski (2016), La tempesta in un bicchiere, fisica della vita quotidiana, Bollati Boringhieri, Torino, p. 235

[6] Gabriele Lolli (2018), Matematica come narrazione, Bologna, il Mulino, Quarta di copertina

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