L’obbligo uccide l’intelligenza

L’arma migliore che abbiamo contro le malattie infettive è la capacità dei cittadini e dei genitori di gestire il rischio con intelligenza. Ma l’obbligo vaccinale uccide l’intelligenza. L’intelligenza è fatta, nella gestione e nell’educazione del rischio, di ingredienti che si possono così riassumere: alfabetizzazione sanitaria e competenza sul rischio digitale. Entrambe presuppongono la capacità del pensiero statistico e della psicologia del rischio. La capacità del pensiero statistico ci fa sapere che a un test positivo sull’esame mammografico, la probabilità di avere un tumore al seno non è del 79% come si potrebbe pensare ma del 7% com’è reale perché è stata applicata correttamente la regola di Bayes. Palmarini cit. p. 87. Quante persone sanno questa cosa, medici compresi? La competenza sul rischio digitale è la capacità di far propri i benefici della tecnologia digitale e insieme di evitare i danni. Il danno più grave è l’ignoranza del principio psicologico di base dell’apprendimento del linguaggio: imparare la lingua madre dipende in buona parte da interazioni sociali come il contatto oculare con i genitori. Leggere tutti i giorni qualcosa ai figli nella prima infanzia realizza l’interazione sociale necessaria per impedire che il Piccolo Homer Simpson che passa il tempo a guardare DVD occupi lo spazio di sviluppo del Piccolo Einstein, che ogni genitore vorrebbe veder grande. Se poi facciamo concentrare la loro attenzione su un solo compito per volta impediremo di svolgerne diversi contemporaneamente fatti tutti male. A meno che il numero di operazioni che possiamo eseguire senza pensarci non aumenti, in questo caso l’inconscio potrebbe diventare indaffaratissimo.

Quando le cose vanno male, quando ci sono reali epidemie, ci sentiamo dire che abbiamo bisogno di una tecnologia migliore e di nuove leggi; ma in questo elenco manca una voce Cittadini capaci di affrontare il rischio con intelligenza, mentre la soluzione viene identificata con leggi obbligatorie o nel migliore dei casi con un governo che dovrebbe guidare le scelte dei cittadini, ma senza costrizioni. “E però … né il costringere né l’indurre degli esseri umani a fare determinate cose come se fossero un gregge di pecore anziché dar loro delle competenze ci entusiasmano come visioni della democrazia. Non siamo condannati a rimanere alla mercé di governi ed esperti che sanno cosa è meglio per noi” Gigerenzer cit. p. 302. Quel che è meglio per noi genera il meglio per la collettività perché la consapevolezza, la conoscenza e la capacità che fanno l’intelligenza ci affrancano da errori ed omissioni e ci inducono a parlare con cognizione di causa di tutti quegli elementi contro intuitivi depositati nella letteratura statistica e psicologica. Per es. quanti conoscono la regola di Bayes? Oppure, quanti conoscono il significato di Riduzione del rischio distinguendo il rischio assoluto dal rischio relativo? Vorrebbe dire sapere, che un farmaco, che è in grado di ridurre un evento infausto per una malattia da 6 a 4 su 1000 è: dello 0,2%  come rischio assoluto [(6 – 4)/1000 x 100] ovvero del 33,3% come rischio relativo [(6 – 4)/6 x 100]. Qual è allora la misura corretta dell’efficacia? Quella relativa o quella assoluta? Risposta: quella corretta è 0,2% cioè la percentuale assoluta, e non la percentuale relativa 33,3%. Quel farmaco dunque è molto poco efficace. Se invece di mille avessimo preso diecimila casi base, mentre il rischio relativo resta ancora 33,3%, quello assoluto che occorre prendere in considerazione per decidere, è 0,02%. Si tratta di una differenza di cifre, enorme.

E ancora quanti sanno che sarebbe necessario disporre di un Riquadro fattuale e anche iconico come tavole che mostrano benefici e danni per comunicare il rischio in modo trasparente, riassumendo i dati scientifici relativi a un medicinale? In questo caso i numeri sono tutti frequenze naturali. I riquadri fattuali non usano né statistiche fuorvianti come quelle sui rischi relativi né un doppio linguaggio né lascia irrisolto il dilemma devianza-varianza.

Le frequenze naturali raccolgono dati su osservazioni non normalizzate: un medico, per esempio, ha osservato cento persone, e dieci di queste presentano una nuova malattia. Otto di queste dieci mostrano un certo sintomo, ma lo mostrano anche quattro delle novanta senza malattia. Se risolviamo questi cento casi in quattro numeri (con malattia e sintomo, 8; con malattia e senza sintomo, 2; senza malattia e con sintomo, 4; senza né sintomo né malattia, 86;, otteniamo quattro frequenze naturali: 8, 2, 4, 86. Le frequenze naturali rendono più facile inferenze bayesiane. Per esempio, un medico che osserva un nuovo soggetto con il sintomo vede facilmente che la probabilità che questo paziente abbia anche la malattia è di 8/(8+4), cioè 2/3; questa è la probabilità a posteriori. Ma se le osservazioni del medico sono trasformate in probabilità condizionali o frequenze relative (per esempio, dividendo la frequenza naturale 4 per il tasso base 90 dei positivi, il che ci dà un tasso di falsi positivi di 0,044, ovvero il 4,4%), il calcolo diventa difficile. Le frequenze naturali ci aiutano a vedere le probabilità a posteriori, mentre le probabilità condizionali, usate ad esempio per stime di herd immunity, tendono ad annebbiare la mente.

Prendere il dilemma per le sue corna è fondamentale per passargli in mezzo. Dice Copi: Da un punto di vista rigorosamente logico, il dilemma non ha grande importanza, né grande interesse. Ma da un punto di vista retorico, il dilemma è forse il più potente strumento di persuasione che sia mai stato immaginato. Nelle controversie può diventare un’arma terribile. Copi cit. p. 263. Prosegue Copi: Nessuna trattazione di dilemmi sarebbe completa se non menzionasse la famosa vertenza giudiziaria fra Protagora e Eulato. Protagora, il sofista greco del V sec. a. C., era maestro nell’arte di perorare una causa. Eulato desiderava diventare avvocato, ma non potendo pagare l’onorario richiesto da Protagora, convenne col maestro di pagarlo soltanto quando egli avesse vinto la sua prima causa. Ma Eulato non paga. Allora il maestro fa causa all’allievo che dovrà misurarsi per la prima volta in tribunale. Protagora presentò il caso, dal suo punto di vista, attraverso uno schiacciante dilemma: se Eulato perde questa causa, allora deve pagarmi (in base alla sentenza della corte); se egli vince questa causa, deve pagarmi (in base ai termini del patto). Egli deve perdere o vincere questa causa. Perciò Eulato deve pagarmi. Eulato però aveva imparato bene le lezioni e l’arte della retorica e costringe il vecchio maestro al seguente contro-dilemma: Se io vinco la causa, non dovrò pagare Protagora (in base alla sentenza della corte); se perdo questa causa, non dovrò pagare Protagora (in base ai termini del patto, perché allora io non avrei vinto la mia prima causa). Io devo o vincere o perdere questa causa. Perciò, io non devo pagare Protagora! Copi cit. pp. 268- 269.

Il dilemma devianza-varianza è molto simile ma richiede la nozione che con poca ricerca di informazioni ma, ciononostante, con precisione elevata si possano ottenere giudizi migliori. La devianza è la differenza fra la stima media e lo stato effettivo; la varianza è la variabilità o instabilità delle singole stime intorno alla stima media. Per esempio 1/N non ha parametri liberi e perciò ha solo la devianza (fa la stessa allocazione indipendentemente dai casi specifici. I modelli con molti parametri liberi hanno meno devianza ma più varianza; l’eccesso di varianza è una delle ragioni per cui meno può essere più. 1/N sta per una distribuzione di oggetti (farmaci, cure ecc.) in parti uguali fra N alternative. Il principio è noto come euristica dell’uguaglianza che vieta di concentrare risorse, farmaci, cure, avversità, in posizioni estreme tali da compromettere la distribuzione uguale. È una forza della natura che irrompe con una media speciale che non consente le estreme semplificazioni su un’unica percentuale, per es. il 95%, come fa la herd immunity. Occorre ricordare che su questo dilemma si è costruito un modello econometrico che ha valso a Markowitz il Nobel per l’economia nel 1990. Emerge con forza la contaminazione dei saperi che integrandosi superano le frammentazioni che molti esperti vantano a sproposito, quel che accade ad esempio nel campo della ricerca medica quando esperti di fama tendono ad escludere l’apporto costruttivo che viene da altri campi della conoscenza o addirittura dentro aree disciplinari compatte, come l’ignorarsi della vaccinologia con statistica e psicologia.

Il doppio linguaggio è un trucco per far sembrare maggiori i benefici di un farmaco e minori i suoi danni. Per i benefici si usa il linguaggio dei rischi relativi (numeri grandi) e per i danni quello dei rischi assoluti (numeri piccoli). Prendiamo, per esempio, un vaccino che abbassa da due a uno la mortalità per una malattia su cento pazienti, ma alza da uno a due quella per una malattia indotta da vaccino sempre su cento pazienti: qui il doppio linguaggio significa dire che  il farmaco riduce del 50% la mortalità mentre accresce quella indotta di appena uno su cento, l’1%. “Il doppio linguaggio è presente in un articolo su tre nelle più importanti riviste mediche” Gigerenzer cit. p. 306.

Che l’obbligo uccida l’intelligenza è confermato dal recente Nobel  per l’economia a Thaler che indaga il modo migliore per prendere decisioni evitando l’imposizione dell’obbligo soprattutto in materia di sanità ed educazione. L’assunzione che gli esseri umani nemmeno sappiano qual è il loro vero interesse, non viene da una scarsa capacità cognitiva scritta nei geni ma è dovuta in gran parte all’assenza di un ambiente intellettualmente stimolante, scuola compresa. Con la legge 119/2017 si è andati nella direzione opposta ai Nobel, alla migliore medicina possibile e ai suoi possibili usi nel rispetto della dottrina giuridica, della complessità del contesto, dell’eticità dei valori fondati sull’assunzione di un rischio opportunamente valutato su un’ampia base di dati disponibili e giocati secondo regole statistiche e psicologiche, a dadi sì per il dominio dell’incertezza che è la vita, ma non truccati. “Queste storture finiranno solo se diventeranno più numerosi quelli che non inghiottono tutto quello che il governo o i medici dicono loro di fare, ma considerano i dati disponibili con spirito critico e vogliono capire come vengono usate le tasse che pagano. Documentarsi e parlar chiaro sono due passi importanti del cammino verso una democrazia partecipativa”. Gigerenzer cit. p. 279

Minima bibliografia per essere genitori che possono e vogliono un democrazia partecipativa:

Gigerenzer Gerd (2015), Imparare a rischiare, RaffaelloCortina Editore, MI. Le considerazioni espresse nel testo sono il frutto di ricerche condotte presso il Max Planck Institute for Human Development di Berlino. Vi sono inclusi riferimenti al recente premio Nobel assegnato a Thaler, citati tre anni prima del prestigioso premio insieme alla sua opera più nota La spinta gentile (2008).

Piattelli Palmarini Massimo (1993), L’illusione di sapere, Arnoldo Mondadori Editore, MI. La legge di Bayes, dice l’autore, può tranquillamente essere annoverata tra le più grandi scoperte dell’intelligenza umana p. 114.

Copi Irving (1964), Introduzione alla logica, il Mulino, BO. In questo testo, che resta un libro fondamentale per capire cos’è la logica che serve a medici, insegnanti e avvocati ma anche ai genitori per affrontare situazioni critiche nel ruolo che essi assumono come educatori, viene raccontata questa bella storia del dilemma di Protagora e Eulato alle pp. 268 e 269.

Bibliografia e sitografia di approfondimento. Per chi volesse approfondire, oltre ai molti testi già proposti in questo sito che si rifà al testo base Il Mio Ragionevole Dubbio, assis, 2017, vi sono i seguenti altri testi:

Weiss Neil (2008), Calcolo delle probabilità, Pearson Paravia Bruno Mondadori, MI

Internet: Bruno Federico, [PDF] Statistica Medica – Università degli studi di Cassino AA. 2010-2011

Internet: Bellavite Paolo, Scienza e Vaccinazioni, Plausibilità, Evidenze, Deontologia – Università degli studi di Verona, 2017 ultima edizione

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