LA RAVA ET LA FAVA

Possiamo raccontarci molte cose, l’abbiamo fatto come specie fin dall’origine. Tutte le bibbie si sono raccontate la rava e la fava, si è parlato di noi esseri umani, sempre, un tratto di comportamento specie specifico. La lingua, i libri, ci hanno unito in una specie. La rava e la fava si dice in dialetto o in un gergo lombardo, dalle nostre parti. Come dire, tutto mi puoi raccontare, ma son tutte balle quelle che mi dici. In gergo forse di origine contadino è un’espressione che significa il raccontare le cose per filo e per segno, con abuso di particolari non richiesti e ridondanti per creare confusione e disperdere il significato iniziale in un mare di parole che portano al nulla. Lo smalto sul nulla direbbe Benn Gottfried. Una sorta di DOC disturbo ossessivo compulsivo, così la rava e la fava si sofferma sugli elementi del discorso, sui dettagli in modo appunto compulsivo minuto. Ravanare, anche questo lombardo, non c’entra molto anche se ha la stessa radice, ma qualcosa potrebbe esserci nel rovistare creando disordine. C’è una canzone di Jannaci e Rossi, più o meno:

Sì, vai! (Vado?) Vai, e percuotilo nell’ombra! (E se le prendo io?) No…

(Oh!) Chi e`? (Ma non dovevamo cantarla al matrimonio?) E’ uguale.

E in fondo alla strada (chi e` che c’e`?)

ci son tre ladroni (ah, vabbe`)

sembravano onesti, sembravano buoni

eran solo furboni.

Il primo contava, (Ma son tutti di mia moglie!)

il secondo sudava, (tra un ballo, una bionda e un panino)

il terzo spiegava, ma cosa spiegava,

la rava e la fava! (Che storia e`?)

E in fondo la storia (dai, spiegamela!)

e` sempre la stessa (cosa ti avevo detto, io?)

c’e` uno che grida, che grida e fa i versi

da quella finestra.

Si cambiano i nomi,

rimangon bastardi,

tu guarda alla radio, le solite facce,

i soliti accordi. (Quali accordi?) I soliti.

Do maggiore, la maggiore, la minore,

re minore, sol settima, re minore…

Do maggiore, la maggiore, re minore,

la minore, sol settima, si minore…

In mezzo alla strada (Cosa c’e`?)

son tre coi forconi (ah, vabbe`)

ma i piccoli ladri li impiccano sempre

i grandi ladroni.

Il primo strillava (tutti in girotondo, Forza Italia!)

il secondo fa i conti (mi scappa un plotone…)

il tre licenziava, ma dopo spiegava

la rava e la fava.

Do maggiore, la maggiore, la minore,

re minore, sol settima, re minore…

Do maggiore, la maggiore, re minore,

la minore, sol settima, si minore…

E sotto giu` in strada

sono in tre caporioni

che cantan stonati, ognuno davanti

al suo bel karaoke!

Il primo cantava (Come prima, piu` di prima)

il secondo ballava (l’avanzo di balera)

il terzo applaudiva e l’ombra gridava

“ne` rava ne` fava!” (E allora?)

E allora la storia (la storia cambia?)

non e` piu` la stessa (ma cosa ti avevo detto, io?)

se un giovane grida, e grida e fa i nomi

da una finestra.

E rischia la pelle

perche` i nomi son tanti (son tantissimi!)

guardare giu` in fondo alle Pagine Gialle

alla voce, Bastardi! (E allora?)

Do maggiore, la maggiore, la minore,

re minore, sol settima, re minore…

Re maggiore, la minore, si minore,

la minore, sol settima, si minore…

i soliti accordi,

le solite facce, (si minore diminuito…)

i soliti accordi, (si minore maggioritario…)

le solite palle, (si minore proporzionale…)

i soliti accordi, (si minore referendario…)

le solite facce (hehehehe…)

Vai e torna vincitore. (Libero stato in libero show!)

Ma cosa stai dicendo? (e` un epilogo)

domandare e` lecito, rispondere e` fantasia.

Capito? (Vabbe`)

La solita orchestra. I soliti accordi.

 

Writer(s): Vincenzo Jannacci, Paolo Rossi

 È magnifico come il dialetto faccia prevalere la sintassi sulla semantica restituendo a quest’ultima una nuova collocazione in sintonia con le parole. Una volta si diceva poesia. È un simbolo che si manifesta, è una convergenza a sinistra, è una sintesi che ci manca, che unisce, che ci fa sentire di appartenere. Quando si parla in dialetto, solo questo, ci fa solidali, ci fa gruppo, non si è più soli, la solitudine della nostalgia scompare, perché in dialetto nostalgia non esiste. Si può solo dire la rava e la fava. Oggi, aprendo la finestra per cambiare l’aria degli interni casalinghi, si respira gasolio. Quando non c’è vento e non c’è pioggia, l’aria si impregna di tutte le schifezze che noi esseri umani buttiamo nella sottile fascia di appena otto chilometri, la distanza che c’è fra Gargnano e Toscolano sul lago di Garda in Lombardia, che chiamiamo atmosfera. E ancora prima di qualsiasi globalizzazione, di tutte le globalizzazioni che già ci sono state da quando un essere bipede ha lasciato la Rift valley e che ancora sta proseguendo mentre cresce e invecchia questo flusso di geni di tutti i colori, nell’atmosfera come carta assorbente che non si dimentica neanche del più piccolo frammento d’inchiostro, ci sono i fuochi della Napa valley, delle radiazioni di Mururoa, dei miasmi di Bhopal e delle diossine di Seveso e delle contaminazioni di PCB che evaporano dalle carni dei coregoni e delle anguille come il permafrost esala i suoi elementi inconsci sottoforma di ossidi di azoto. Puoi dirmi tutto, puoi raccontarmi la rava e la fava, ma non ci accorgiamo nemmeno di quello che facciamo ogni giorno, quando la curva che dista sempre meno dalla retta della vita disegna uno spazio sempre più piccolo dentro il quale anche solo la flatulenza di una vacca diventa disastrosa. Siamo al limite, tendiamo a procurarci un’atmosfera satura che aspetta una pioggia o un alito di vento per ripulirsi. La rava et la fava, la medicina delle 4 P (Prevenzione, Predizione, Personalizzazione, Partecipazione) che erano anni prima del marketing (Prezzo, Promotion, Place, Prodotto), la medicina-marketing che si è impregnata come l’atmosfera delle presunzioni di un bene comune per il quale ogni singola persona può anche ammalarsi purché non si ammali una comunità astratta di numeri e che quindi va protetta con una somma di vaccini che ci facciano vivere in eterno, pulendolo questo singolo da ogni microorganismo vagante, sembra che ci si stia raccontando la rava e la fava.

Video: I Soliti Ignoti…

 

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