Lex, punto

È disumano che il bambino venga allontanato dalla scuola, i genitori si portino il figlio a casa, chiamino in nonni ad accudirlo e non possano spiegare al figlio perché non sia all’asilo, a giocare con i suoi compagni. La risposta: “Allora vaccinalo!” non cancella la possibilità che l’evento descritto possa, con il suo carico di disumanità, manifestarsi.

Da dove viene questa roba? Da cause remote e recenti. La distinzione introdotta, da zero a sei anni, e da sei anni a sedici e potranno diventare diciotto, è una delle cause recenti. Se il legislatore avesse detto, in coerenza con le linee della biomedicina, vacciniamo nel primo anno di vita quando il rischio di contrarre malattie gravi è molto più alto (anche perché poi crescendo il bambino sarebbe diventato sempre meno ricettivo all’efficacia vaccinale tanto che dopo i sedici anni non c’è per adesso alcuna obbligatorietà), le coperture vaccinali, molto probabilmente, non avrebbero raggiunto la soglia dell’immunità di gregge. Ecco allora lo stratagemma di legare sanità a scuola, agli ordini della scuola. Facciamo da zero a sei anni e se non si vaccinano staranno a casa, i bambini. Poi stabiliamo le vaccinazioni da sei anni ai sedici anni. Ma qui scatta il cortocircuito: l’obbligatorietà costituzionale di scolarizzazione potrebbe venire non rispettata da parte dello Stato, e allora come conciliare due obbligatorietà in contrasto fra loro? Si concilia come diceva Totò: lei concilia? Da questa causa recente del pasticcio legislativo  della legge 119, può accadere quell’episodio dal quale siamo partiti, dell’allontanamento da scuola del bambino non vaccinato (la mancata presentazione della documentazione comporta la decadenza dall’iscrizione. Per gli altri gradi di istruzione, la mancata presentazione della documentazione non determina la decadenza dall’iscrizione né impedisce la partecipazione agli esami; punto 5, Art. 3-bis). L’eufemistico allontanamento è in realtà  la decadenza dall’iscrizione , ve lo immaginate un bimbo che decade … Che brutte robe.

Ad una lettura della legge (cosiddetta interpretazione letterale, e cioè il tentativo di capire dal contesto delle parole cosa voleva dire il legislatore, una interpretazione che può essere fatta dal cittadino, lasciando altri tipi di interpretazione al giudice), si scopre un contenuto farraginoso, bizantino, davvero difficile. Basti pensare che la distinzione dei due ordini di scuola non è chiaramente esplicitata in un articolo o due, ma bisogna andare a scovarla in un tale punto 5 dell’Art. 3–bis, che richiama una documentazione di cui al comma 3 relativo all’Art 1 comma 1 e 1–bis, che poi sono le dieci vaccinazioni obbligatorie, la cui documentazione doveva essere presentata entro il 10 settembre 2017, con un’escursione a ritroso molto più emozionante delle montagne russe a Gardaland. Lasciando peraltro per strada uno strascico di dubbi se davvero si tratta del termine 10 settembre o invece si tratta del 10 marzo 2018, come dice una lettera al direttore sul giornale di Brescia del 15 settembre 2017 a firma di Alfredo Mori, Mir Dsa. Poveri servizi educativi per l’infanzia, povere scuole dell’infanzia, poveri noi.

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